10/06/2021

La banda ultra larga è un bene primario e un’esigenza non più rinviabile per consentire il passaggio ad una reale digitalizzazione di luoghi e servizi per i cittadini e consolidare l’utilizzo del lavoro agile nella pubblica amministrazione. Di questo si è discusso nel corso del quinto tavolo dedicato ai temi del digital divide, della banda ultra larga e dello smart working, organizzato nell’ambito della Conferenza dei Piccoli Comuni liguri, che ha visto la partecipazione di numerosi Sindaci e amministratori locali.

Tra i relatori, l’assessore allo Sviluppo economico della Regione Liguria Andrea Benveduti; il coordinatore della commissione Digitale di ANCI Liguria Adolfo Olcese, Sindaco del Comune di Pieve Ligure; il direttore Business Unit PA di Liguria Digitale Riccardo Battaglini; il responsabile del dipartimento Politiche del personale ANCI Agostino Bultrini. Ha coordinato i lavori Daniele Galliano, Sindaco del Comune di Bormida, vicecoordinatore della consulta Piccoli Comuni di ANCI Liguria e componente della commissione nazionale ANCI Montagna, insieme al direttore generale di ANCI Liguria Pierluigi Vinai.

Il progetto della banda ultra larga ha l’obiettivo di portare la connettività veloce in tutti i Comuni liguri; la fine dei lavori, inizialmente prevista entro il 2020, è stata prorogata al 2023 nonostante i 33 milioni di euro di investimenti da parte della Regione Liguria, ha sottolineato l’assessore regionale allo Sviluppo economico Andrea Benveduti. A oggi, su 231 Comuni che hanno aderito al progetto, solo 8 sono interamente coperti dalla banda ultra larga.

Ma se la banda ultra larga funzionasse già dappertutto? Per il responsabile del dipartimento Politiche del personale ANCI Agostino Bultrini lo smart working potrebbe essere strumento efficace nei piccoli Comuni che spesso dispongono di poco personale negli uffici: “ Lo smart working  è una modalità di organizzazione del lavoro alla quale non eravamo abituati fino a prima della pandemia – ha sottolineato Bultrini – il suo antesignano è il telelavoro, che nasce nel settore produttivo privato, che sostanzialmente è una traslazione della postazione lavorativa dall’azienda al domicilio del lavoratore. Nel 2020 viene sperimentato anche nella pubblica amministrazione secondo un accordo quadro in Aran ma non decolla, perché presuppone una duplicazione di fatto della postazione lavorativa nel domicilio del lavoratore risultando, pertanto, eccessivamente oneroso. Nel corso dell’emergenza sanitaria il ricorso al lavoro agile si è accompagnato a un eccesso di legislazione – ha continuato Bultrini – nonostante il lavoro agile sia una modalità di organizzazione del lavoro, e non un diritto soggettivo del lavoratore, che gli enti locali possono auto-organizzare senza obblighi di percentuali minime e massime di personale da far lavorare in questa modalità. Può essere una modalità lavorativa effettivamente produttiva, ma sia l’aspetto infrastrutturale che gli strumenti a disposizione sono presupposti essenziali per rendere accessibile ed efficace una modalità di lavoro a distanza. Sono quattro i fattori da tenere in considerazione: tecnologico, culturale, organizzativo e regolativo; nell’equilibrio di essi si trova la risposta alla domanda ‘se lo smart working può essere o meno un vantaggio per i piccoli Comuni’, e la scelta della sua applicazione deve essere misurata secondo le esigenze di ogni singola amministrazione”.

Il dibattito ha visto posizioni differenti dei Sindaci, per i quali resta comunque fondamentale il rapporto diretto con i cittadini, anche se in alcune realtà, soprattutto durante la fase pandemica, se ne sono potuti apprezzare i vantaggi di tipo essenzialmente organizzativo.